Mappa del Kenya


 

Superficie: 582.646 Km2. Popolazione: 27.450.000 abitanti. Densità: 47,1 abitanti/km2. Forma istituzionale: Repubblica presidenziale. Moneta: scellino del Kenya. Lingua: kiswahili, inglese. Religione: culti animisti, minoranze cristiane. Capitale: Nairobi.

 

L’ambiente fisico

 

Situato nell’Africa orientale, il Kenya confina a N con l’Etiopia e il Sudan, a O con l’Uganda, a S con la Tanzania, a E con la Somalia; a SE è bagnato dall’oceano Indiano. Tagliato a metà dall’equatore comprende tre regioni morfologiche e bioclimatiche ben differenziate.

 

Gli altopiani centro-occidentali

Presentano un’altitudine media intorno ai 1500 m e sono dominati da imponenti massicci isolati: il monte Kenya (5199 m), la cima più elevata del paese, è un vulcano spento dalle forme sensibilmente modellate dall’erosione; diversi sono però anche i vulcani ancora attivi o che presentano manifestazioni di vulcanesimo secondario (fumarole ecc.), per lo più allineati lungo la profonda faglia della Rift Valley, che attraversa il territorio in direzione NS. 2003ea-001-03sA nord, al confine con l’Etiopia, il solco vallivo è occupato dal lago Turkana (8600 km2), il principale bacino lacustre. Nell’estrema sezione occidentale l’altopiano digrada verso l’ampia conca del lago Vittoria. La regione degli altopiani occupa circa il 20% del territorio nazionale, ma ospita quasi l’80% della popolazione (la piovosità madia qui è superiore ai 750 mm annui). Su queste alte terre, abitate originariamente dai contadini kikuyu, è avvenuta la colonizzazione agricola degli europei.                             

 

La zona desertica

Una vasta distesa di steppe e deserti pressoché disabitata (sono le terre dei pastori nomadi somali, boran e meru), occupa quasi il 70% del territorio. L’estrema aridità esclude ogni forma di sfruttamento agricolo, se non con l’ausilio dell’irrigazione, per ora limitata a piccole aree lungo il fiume Tana.

 

La fascia costiera

E’ costituita da fertili suoli alluvionali ed è interessata da una discreta piovosità, soprattutto a S, dove è possibile praticare l’agricoltura. Le temperature sono però più elevate che sull’altopiano. A Mombasa la media di gennaio è di 27 C°, contro i 19 C° e i 17 C° di Nairobi, situata oltre 1600 m. Nell’oceano Indiano sfocia il Tana, il fiume principale del paese navigabile per 600 km.

 

Parchi nazionali e riserve naturale

Il 5% del territorio del Kenya è occupato da parchi nazionali e riserve che proteggono un patrimonio naturalistico di straordinaria ricchezza. Il primo parco nazionale, quello di Nairobi, è stato istituito nel 19845, ma solo negli anni ’70 è entrata in vigore una severa legislazione che vieta la caccia grossa e l’attività dei bracconieri.2003ea-011-08s Era ormai in pericolo l’esistenza di numerose specie animali, in primo luogo gli elefanti, le cui zanne alimentavano un lucroso traffico d’avorio. I parchi costituiscono anche una preziosa fonte di reddito per il paese, rappresentando la maggior attrattiva turistica insieme alle spiagge della costa. Tuttavia, la sempre più fitta presenza di piste, strade e insediamenti umani all’interno delle aree protette interrompe i tracciati naturali degli animali e riduce lo spazio a loro disposizione. Ancora più consistente è la minaccia rappresentata dal bisogno di terra dei contadini, spinti dalla crescita demografica e dalla mancanza di una riforma agraria a coltivare terre anche marginali o protette. 2003ea-008-07s

 

 

 

 

 

 

 

 

 

Quadro storico politico

Dalla colonizzazione all’indipendenza

Il Kenya fu abitato in epoca remota da genti di stirpe camitica, e quindi da popolazioni di etnia bantu. Tra i secoli X e XII avvenne una prima colonizzazione araba della fascia costiera, da cui ebbe origine la comunità swahili. Tra il 1505 e il 1507 gran parte del litorale fu occupato dai portoghesi, mentre gli altopiani dell’interno vennero raggiunti nel secolo XVII da popolazioni di coltivatori sedentari quali i kamba e i kikuyu. Più tardi, nel XVIII secolo, nella Rift Valley si stanziarono i bellicosi masai.  Zona di influenza britannica già alla fine dell’800, il territorio costiero divenne protettorato nel nel 1895, mentre l’interno ebbe lo status di possedimento. Soltanto nel 1920, protettorato e possedimento (divenuto colonia) presero il nome di Kenya. All’inizio degli anni ’20 nella capitale furono organizzate le prime attività politiche anticoloniali, ma la nascita di un vero movimento nazionalista risale al 1944 con la costituzione dell’Unione africana del Kenya (KAU), dominata dall’etnia kikuyu e diretta dall’antropologo Jomo Kenyatta.  Nei primi anni ’50 i bantu delle riserve e dei ghetti urbani diedero vita al movimento clandestino dei mau-mau, che insorse in una rivolta antinglese repressa dalle autorità britanniche; nel 1955 Kenyatta fu arrestato e l’organizzazione messa fuori legge. La legalizzazione dei partiti politici nel 1960 consentì la creazione dell’Unione nazionale africana del Kenya (KANU) a maggioranza kikuyu, di cui Kenyatta, scarcerato nel 1961, venne nominato presidente. L’indipendenza fu raggiunta il 12 dicembre 1963; l’anno successivo fu proclamata la repubblica, con Kenyatta presidente. Il paese continuò a dipendere dagli investimenti stranieri e dalla Gran Bretagna soprattutto per l’assistenza militare e per i fondi necessari a risarcire della parziale espropriazione delle terre i bianchi, i quali per altro rimasero i maggiori proprietari terrieri e la forza economica preponderante.

 

Dal monopartitismo alla democratizzazione

Negli anni 1966-69 l’acuirsi di tensioni etniche e sociali e il formarsi di un’opposizione di sinistra a causa del malcontento per la mancata riforma agraria spinsero il governo a instaurare un regime a partito unico (1969), espressione del potere personale di Kenyatta. Alla sua morte, nel 1978, gli succedette Daniel Arap Moi, il quale diede vita a un nuovo governo accentratore e rafforzò i legami con gli stati uniti che ottennero l’uso di basi militari nonostante una vasta opposizione all’interno della stessa KANU. Nel 1982 un emendamento costituzionale trasformò la KANU in partito unico; fu avviata allora una politica di sviluppo economico basata sulle esportazioni.

Nel corso degli anni ’80 si manifestarono forti pressioni per la democratizzazione del paese, che portarono alla formazione di un fronte unito delle opposizioni con la partecipazione delle diverse etnie: il Forum per la restaurazione della democrazia (FORD). Il governo Moi dovette approvare l’introduzione del multipartitismo. Le prime elezioni presidenziali si conclusero comunque con la vittoria di Moi e del suo partito, nonostante il deterioramento economico, disordini diffusi in diverse regioni e ripetute accuse di brogli da parte delle opposizioni.

 

Assetto istituzionale

Secondo la costituzione in vigore dal 1963 ed emendata più volte, il Kenya è una repubblica presidenziale. Il presidente, eletto a suffragio universale diretto, deve ottenere non meno del 25% dei voti in almeno 5 delle 8 province. Il potere legislativo spetta all’Assemblea nazionale, eletta anch’essa a suffragio universale diretto per 5 anni.

La popolazione

L’equilibrio risorse-popolazione in Kenya è minacciato sia dai condizionamenti ambientali (l’arativo rappresenta un modesto 4,2% della superficie totale) sia dall’elevato incremento demografico che sta avvicinando il paese alla soglia dei 30 milioni di abitanti (erano 5 milioni nel 1948). Il fabbisogno alimentare cresce a ritmi vertiginosi e il problema della disoccupazione interessa un’ampia fascia di popolazione, che per quasi la metà è composta da soggetti con meno di 15 anni. Il tasso di analfabetismo supera ancora il 30%: La qualità della vita, già scadente per le condizioni strutturali di sottosviluppo, è stata ulteriormente depressa dalle ripetute violazioni dei diritti civili commesse dagli anni ’70.

 

 

 

Gruppi etnici

Maasai, KenyaAnche gli equilibri etnici sono stati sconvolti dal regime autoritario, che ha favorito l’etnia kalenjin (11% della popolazione) a danno dei kikuyu (21%) e dei luo (13%). Queste due etnie bantu, con una decina di gruppi meno numerosi, costituiscono la maggior parte della popolazione. Sono presenti inoltre tribù di ceppo nilocamita, come i masai, i turkana, i nandi, in prevalenza nomadi stanziati nelle regioni occidentali. Gli europei sono 25.000 circa, di cui il 10% è rappresentato da italiani stanziati soprattutto lungo la costa, dove sono insediati anche circa 20.000 arabi. A quasi 60.000 unità ammontano gli indo-pakistani che controllano il 70% del commercio al dettaglio nelle città, una parte del settore industriale e il mercato nero di Nairobi relativo alle transazioni monetarie. Dal 1993 si è fatto rilevante il flusso di rifugiati dalla Somalia, dall’Etiopia e dal Sudan (1 milione di persone circa); la loro presenza costituisce un ulteriore problema per l’economia del paese.

 

Lingua e religione

Lingue ufficiali sono il kiswahili e l’inglese; molto diffusi gli idiomi bantu (il,kikuyu, il kamba, il luo). La maggior parte degli abitanti pratica culti animistici; i cattolici sono circa 5 milioni, i protestanti quasi 3 milioni, i musulmani circa 300.000.

 

I centri urbani

Il Kenya ha un tasso di popolazione urbana molto ridotto. La rete dei centri cittadini si sviluppa lungo un asse meridionale che da Mombasa, sull’oceano Indiano, arriva a Nakuru (101.700 abitanti) e a Kisumu (167.100 abitanti), sulle rive del lago Vittoria, passando per Nairobi. Lungo la costa meridionale sono sorti centri legati all’attività turistica, che formano una sorta di piccola conurbazione lineare.

La capitale, Nairobi (1.504.900 abitanti), sorge sull’altopiano occidentale a oltre 1600 m di altitudine, per cui gode di un clima mite e relativamente piovoso, pur distando solo di un centinaio di chilometri dall’equatore (il prefisso nai significa acqua in lingua masai). Per la posizione intermedia fra Mombasa e il lago Vittoria, il sito fu scelto nel 1890 dai progettisti inglesi della ferrovia Kenya-Uganda come quartier generale dei lavori e delle maestranze. Terminata la ferrovia, nei primi anni del ‘900 cominciò a svilupparsi un vero e proprio centro urbano con l’arrivo di numerosi funzionari dell’amministrazione britannica, di un costistente gruppo di commercianti indiani e di numerosi immigrati kikuyu dalle campagne. I quartieri vennero suddivisi su base etnica: i bianchi nella zona collinare più salubre a nord-ovest, la Hill Region; a est le cosiddette colonie indigene, Kariakor e Pumwani, abitate dai neri; a sud-est, oltre il fiume Nairobi, i quartieri degli asiatici. Solo dalla metà degli anni ’50, in seguito alla rivolta dei mau mau, si passò da una struttura urbana impostata sulla segregazione razziale a un assetto multietnico, nel quale tuttavia restano decisive le gerarchie e le disparità sociali. Agli esordi dell’indipendenza, nel 1963, Nairobi contava solo 267.000 abitanti; nel trentennio successivo si è quindi registrata una crescita intensa, spesso caotica, che ha visto sorgere intorno alle zone centrali quartiere “marginali”; nelle bidonville vive oggi oltre ¼ della popolazione. Dal punto di vista architettonico la città presenta aspetti contrastanti: dai grattacieli della city allo stile coloniale inglese dei quartieri residenziali più esclusivi; dalle dimore tradizionali dei guerrieri kikuyu alla strutture a “botteghe aperte” (duka) tipiche dell’antico Indian Bazar che si estende su un’ampia area comprendente due moschee. Nairobi è la sede del governo e assolve la maggior parte delle funzioni amministrative, culturali e finanziarie del paese. E’ inoltre centro commerciale per i prodotti agricoli dell’altopiano, sede di attività industriali e meta turistica. La capitale è infatti principale punto di partenza per le escursioni naturalistiche che si effettuano nel paese.

Mombasa (425.600 abitanti), è il secondo centro urbano del paese. E’ situata su sull’isola omonima entro un estuario costiero sull’oceano Indiano a 800 m dalla terraferma, alla quale è collegata da ponti stradali e ferroviari, oltre che da traghetti. La città, di antiche origini, conobbe un primo periodo di prosperità nel secolo VII, con l’arrivo dei commercianti arabi sulle coste dell’oceano Indiano. I Portoghesi la distrussero nel 1505, ma la ricostruirono fortificandola nel 1593. Dalla fine dell’800 gli inglesi ne fecero il principale porto d’esportazione per i prodotti coloniali. Ancora oggi il commercio, che utilizza le moderne strutture del porto di Kilindini, rappresenta la principale attività economica della città, che è anche sbocco commerciale delle confinanti Uganda e Tanzania. Mombasa è servita dal secondo aeroporto internazionale del paese e gode dei benefici economici del turismo di transito, diretto verso le località costiere.

 

L’economia

Il quadro generale

Dopo le difficoltà dei primi anni dell’indipendenza (esodo di capitali e di imprenditori stranieri), il paese ha conosciuto un certo sviluppo rispetto ad altri paesi dell’Africa orientale. Tuttavia, data la povertà di risorse minerarie e combustibili, l’industria concorre per meno del 20% alla formazione del PIL mentre i 4/5 della popolazione sono occupati nel settore primario. Tra i servizi spicca l’apporto del turismo. Il reddito pro capite supera di poco i 300 dollari.

La struttura economica dunque si fonda tuttora sull’agricoltura, che però risulta sbilanciata a favore delle colture d’esportazione a scapito di quelle di sussistenza, condizionata dai mutevoli andamenti climatici, soprattutto pluviometrici, ed esposta alle fluttuazioni dei prezzi sui mercati internazionali. L’aiuto internazionale (pari al 15% del PIL) venuto a mancare nel periodo in cui i paesi occidentali avevano preso le distanze dal regime autoritario e repressivo di Moi, è ripreso in modo consistente nel 1993, quando è stato riconosciuto l’impegno del governo per risanare le finanze e avviare la privatizzazione di imprese parastatali, Segni di ripresa si sono manifestati nel biennio 94-95 (aumento del tasso di crescita, contenimento dell’inflazione) e il paese ha ottenuto dilazioni nel rimborso del debito estero, che è ingente.

 

L’agricoltura

Le coltivazioni destinate all’esportazione occupano le terre migliori dell’altopiano e della costa e sono praticate con mezzi moderni.Il 70% delle terre fertili appartiene a multinazionali o a grandi proprietari, soprattutto europei, giapponesi e canadesi, che coltivano tè (terzo produttore mondiale) e caffè. Negli anni recenti è stata avviata una diversificazione, molto limitata, che punta sulle colture orticole, la frutta tropicale (ananas, banane), il sisal (secondo produttore mondiale) e il piretro (pianta erbacea usata per la preparazione di insetticidi e antiparassitari). In assenza di qualsiasi riforma agraria, il 95% dei contadini lavora su proprietà molto piccole e con mezzi arretrati, sicché la produttività è bassa. Le colture di sussistenza più diffuse sono il mais  e, nelle regioni più aride, il sorgo. L’allevamento bovino (11 milioni di capi) è stato organizzato da europei, quello di ovini e caprini (13-14 milioni di capi) è praticato da pastori nomadi. L’apporto dell’allevamento alla bilancia commerciale è importante.

 

Industria, turismo, commercio e trasporti

Il paese ha compiuto passi avanti nel settore energetico grazie all’entrata in funzione di due grandi dighe (Kiambere e Turkwel). Gli impianti industriali concentrati a Nairobi e Mombasa, operano nella produzione alimentare, tessile, petrolchimica, del cemento, dei fertilizzanti, campi che non richiedono l’impiego di alta tecnologia.

Il settore dei servizi, che produce quasi ormai la metà del PIL, ha il suo punto di forza nel turismo (600.000 visitatori all’anno in media, soprattutto da paesi europei): Le infrastrutture di buon livello e il patrimonio naturalistico straordinario potrebbero fare di questa attività, che nei primi anni ’90 ha subito un rallentamento, un elemento propulsore per la precaria economia keniota.

La voce principale delle esportazioni è costituita dai prodotti agroalimentari (caffè e tè). Più della metà delle importazioni consiste in prodotti industriali e materiali da trasporto. Il primo partner è tuttora la Gran Bretagna seguita dalla Germania e, soprattutto per le importazioni, da Giappone, Stati Uniti, Francia e Italia. Il Kenya dispone di 60.000 km di strade, solo per il 10% asfaltate. La rete ferroviaria si articola su 3000 km. Gli aeroporti internazionali sono il Kenyatta di Nairobi e il Moi di Mombasa.