I giorno

Un gelido mattino di primavera inoltrata, alla guida dei professori De Luca, Reverberi e Morpurgo, preso il diretto Linate-Capodichino, siamo finalmente sbarcati (metaforicamente) nella terra della Sibilla. Dobbiamo ammettere che, se il buongiorno si vede dal mattino, ci aspettava una gita quantomeno piovosa: il pullman che avrebbe dovuto trasportarci dall’aeroporto –situato appena a nord di Napoli- a Sorrento –dall’altra parte del golfo- si è fatto attendere non poco.

Prima di raggiungere l'albergo, però, abbiamo visitato le rovine di Pompei e di Ercolano, accompagnati da una guida di incerta origine (si è poi scoperto essere un’olandese trapiantata a Napoli: il risultato linguistico è sconcertante, ve lo possiamo assicurare).

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Stanchi morti ma felici, dopo aver percorso una strada tortuosissima ma estremamente affascinante –alcuni di noi hanno ancora il terrore del tunnel infinito, perennemente occupato da una coda interminabile, che collega il golfo alla penisola amalfitana-, che avremmo però ripetuto Dio sa quante volte nei giorni a venire, siamo giunti nella ridente Sorrento, in un grazioso alberghetto. Dove si è poi scatenata furiosa la lotta per le camere, tempestivamente domata dal ‘corpo docente’, abile mediatore di quella che è, fu e sempre sarà la questione di base di qualsivoglia ‘viaggio d’istruzione’.

Detto questo, ci siamo sistemati a dovere, abbiamo definito -tra compagni di stanza- i turni per i lavacri, abbiamo civilmente discusso con i professori orari/limiti e, preso possesso delle nostre chiavi, abbiamo garbatamente gustato una delle peggiori cene della nostra vita, per poi prendere coscienza dell’infimo livello della cucina, i cui sapori tipicamente partenopei ci avrebbero accompagnato per il resto del viaggio.