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Uffici del giovedì. Lask, 1937.
Quel giovedì, s'era fatto venire questo ragazzo per leggere la Torah. Aveva appena celebrato la sua bar mitzvah, e questa lettura sottolineava la sua maggiore età, la sua prima dimostrazione in pubblico del suo ruolo di membro a tutto diritto della comunità. Era usanza degli Ebrei dell'Europa dell'Est di far leggere la Torah al "nuovo uomo" il lunedì o il giovedì che seguiva la sua bar mitzvah.

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Rabbi in compagnia del capo del coro, che rientra a casa dopo le preghiere del mattino.
Moukatchevo, 1938.

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Fedeli che escono dalla sinagoga. Moukatchevo, 1937.

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Ciabattino. Varsavia, 1937.
L'importanza d'un ciabattino? "Senza suole, nessuno esiste, né gli ambulanti, né i portatori. Anche per andare in sinagoga, si ha bisogno di suole alle proprie scarpe. E, per nutrire la propria famiglia, si deve camminare sul selciato - tutti hanno bisogno di suole. Per comprare del cuoio, ho bisogno di mezumen (denaro liquido). Ma tutti i miei clienti sono ebrei, nessuno ha denaro. Per pagarmi, bisogna che ne guadagnino, il che significa che hanno bisogno di scarpe. Delle suole di cuoio durano sei settimane sulle pietre. Io lavoro giorno e notte, tutti i miei clienti lavorano duro. E' doloroso essere ebreo".

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Una via del quartiere ebraico di Lublino, 1937.
Il ghetto di Lublino aveva vecchie case e palizzate fatte di tronchi d'albero. Le vie erano tortuose. Le ruote dei carretti trainati dai cavalli tremavano sul selciato. Figure ricurve emergevano agli angoli delle strade come fantasmi. Ogni volta che ho percorso questa strada, il cielo era grigio e un velo sinistro ricopriva gli edifici. La casa al centro è quella del gran tzaddik Jacob Isaac ha-Hozeh, il Profeta di Lublino. E', a quanto ne so, l'unica foto che esista della sua casa, che fu distrutta dai nazisti.

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L'ingresso della scalinata conducente al cortile di Rabbi Meir Ben Gedaliah (1558-1616). Lublino, 1938.
Guidato dal mio amico, il celebre storico Meir Balaban (1877-1942), ho fotografato gli edifici storici ebraici di Lublino. Rabbi Meir Ben Gedaliah era il più grande maestro della sua generazione, e divenne direttore della yeshiva di Lublino all'età di 24 anni. La sua casa era restata intatta quando scattai questa foto. Più tardi i nazisti vi installarono il loro quartier generale. L'edificio originale era noto col nome di "casa dei predicatori". I rabbini di passaggio vi trovavano alloggio e del cibo kasher.

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Sehma è stata mandata in drogheria a cercare una pentola per la zuppa e una bottiglia di latte. Lodz, 1938.
Suo padre era rientrato in casa sorridente. In tutta la giornata aveva trasportato carichi pesanti, percorso interminabili chilometri, ma ritornava con un po' di denaro, e la famiglia poteva permettersi un buon pasto. Io c'ero in quel giorno "felice" e vidi che non ci voleva una gran cosa per procurare un po' di gioia.

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Viaggiatori per affari che passano davanti all'albergo principale di Moukatchevo, 1937.
Viaggiavano tutta la settimana, ma il venerdì rientravano per passare il Shabbath con la loro famiglia.

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Sulla via di Teresva, 1936.

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L'iscrizione sopra la porta augura il benvenuto a "nostro signore, nostro maestro, nostro rabbi". Oujgorod, 1937.

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La casa d'una famiglia ebraica della borghesia. Villaggio della Rutenia subcarpatica, 1937.
Questa casa non era molto solida, ma era accogliente, e poi c'era un lillà in fiore. Tutti gli Ebrei desideravano ardentemente di avere qualcosa di vivo - un piccione, dei vasi di fiori, e soprattutto un lillà in campagna.

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Il mercato sulla piazza grande a Lask, 1937.
Il giovedì era giorno di mercato a Lask. Gli Ebrei dovevano disporre i loro banchi sul lato sinistro del mercato. L'uomo col basco, in secondo piano sull'estrema destra, è una "guardia" del partito nazional-democratico antisemita. E' lì per intimidire i non-Ebrei ed assicurarsi che non comprino alcunché ai mercanti ebrei.

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Il héder. Slonim, 1938.
Questi ragazzi erano educati da un melamed (maestro) indulgente. Imparavano dapprima a comprendersi bene l'un l'altro, ma avevano anche dei libri.

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Il suo primo giorno di héder. Moukatchevo, 1938.
Avevo sentito dire che un bambino di quattro anni avrebbe iniziato lo héder il giorno seguente. Portava fortuna, mi si disse, essere la prima persona ch'egli incontrasse quel mattino. Mi alzai prima delle cinque, e scattai una foto del ragazzo alla soglia della sua nuova vita. Facendogli i miei migliori auguri.

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Il suo secondo giorno di héder. E' assiso al centro. Moukatchevo, 1938.

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Lo Shabbath, dopo i riti del mattino. Kazimierz, 1937.

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A partire dalla notte del 27 ottobre 1938, le SS deportarono diecimila Ebrei polacchi che avevano trascorso gran parte della loro vita in Germania e si consideravano tedeschi. Li si svegliò, si concessero loro dieci minuti per vestirsi e raccogliere i loro effetti personali e li si ammassò in vagoni ferroviari. I treni presero la direzione del confine polacco, ma si fermarono dieci km. prima. Gli Ebrei dovevano continuare a piedi fino in Polonia. Questa marcia era particolarmente estenuante per i più anzani, fra cui papà e mamma di Herschel Grynszpan, di 17 anni. Il 7 novembre, Grynszpan, esiliato a Parigi, uccise il terzo segretario dell'ambasciata tedesca. Questo assassinio fornì al regime hitleriano il pretesto per scatenare la "notte dei cristalli". Io passavo per le vie di Berlino in uniforme nazista per fissare su alcune foto e alcuni filmati questo avvenimento atroce. Gli Ebrei tedesco-polacchi furono raggruppati in caserme infette a Zbaszyn, vicino alla frontiera tedesca. Le condizioni erano tali, a prescindere dall'inverno, che le persone si ammalarono; 68 morirono di polmonite. Il rappresentante americano della società delle Nazioni esigette che si facesse qualcosa. L'ambasciatore polacco qualificò il rapporto di "costruzione ebraica". Sentivo che occorrevano prove delle condizioni di vita al campo di Zbaszyn. Non era difficile entrarvi: mi unii semplicemente a un gruppo di nuovi arrivati. Uscirne era molto più complicato, ma io dovevo far  uscire queste foto, e in fretta. Dopo due tentativi falliti, fuggii nottetempo saltando dal primo piano della caserma. Riuscii ad evitare i cocci di vetro e il fil di ferro. Recitai la preghiera "Ascoltami o Israel!" e la preghiera di ringraziamento per essere sfuggito al pericolo. Prima dell'alba, potei allontanarmi di corsa da quel luogo così poco ospitale. Quando le mie foto arrivarono a Ginevra, il rappresentante polacco urlò: "Chi ha fatto queste foto?". Mi rincresce di non essere stato là per dirgli che ero stato io.